Pâté de Royal

Vecchio come il cucco, un generale dell’armata franchista sta per entrare in agonia. Disteso sul letto, gli occhi chiusi, la bocca aperta, immobile, sembra più di là che di qua. Al suo capezzale, un giovane prete, la stola pastorale intorno al collo, si accinge a dargli l’estrema unzione. - Generale, prima di darle l’olio santo, gradirei sentire dalla sua bocca una parola di riconciliazione. In accordo col Padre nostro, “e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, mi dica che ha perdonato i suoi nemici. di Gabriel Matzneff
18 AGO 20
Immagine di Pâté de Royal
Allora, il terribile vecchio si raddrizza bruscamente, apre gli occhi, sorride al prete e, con voce stentorea dice:
- I miei nemici? Ecco il punto che le dà fastidio? Si rassicuri, caro padre, non ho nessun nemico, neppure l’ombra di un nemico: li ho fatti fucilare tutti!
L’aneddoto mi è saltato in mente quando ho ricevuto dal Foglio l’invito a esercitare le piccole cellule grigie sull’argomento “il mio nemico”. Non ho mai fatto fucilare nessuno, ma sono devoto a Nemesi, e, siccome il mio attaccamento è corrisposto, le preghiere che innalzo alla dea della vendetta sono sempre esaudite: i miei nemici cadono come mosche.
Il ceto letterario parigino è un calderone avvelenato dove prosperano gli arrivisti, i mediocri, gli ipocriti, i gelosi. Se il Foglio mi avesse proposto il compito un anno fa, avrei scelto il mio nemico tra due arrampicatori sociali di questo tipo, François Nourissier e Pierre-Jean Rémy, tutti e due ricchi, potenti, accademici, onnipresenti, colmati d’onori, di palanche, di premi, di sinecure, che, invidiosi della mia libertà di spirito e di penna, della mia spensieratezza, del mio disprezzo per il fariseismo, e, innanzitutto, della mia vita scapestrata (la gelosia sessuale, la peggiore di tutte), mi hanno sempre odiato, avversato, bloccato. Alleluia! La buona dea Nemesi fu straordinariamente sbrigativa con gli ultimi, e oggi questi miei due accaniti nemici arrostiscono all’inferno. Sono dunque costretto a volgere gli occhi altrove. “Un nemico! Un nemico! Il mio regno per un nemico!”. Senza troppa fatica, un nome s’impone alla mia acrimonia. Un nemico? Molto meglio di un nemico: una nemica.
Nell’autunno del 2006, un amico diplomatico, Mauro Conciatori, dava nel suo appartamento parigino una cena intima in onore del nuovo ambasciatore d’Italia in Francia, Ludovico Ortona. Ero l’unico commensale francese e l’ambasciatore chiese gentilmente il mio parere sulla prossima elezione del presidente della Repubblica, sulla recente decisione del Partito socialista di farsi rappresentare dalla signora Ségolène Royal. Risposi che se costei avesse vinto, avrei chiesto all’Italia asilo politico e pure la nazionalità italiana.
Io e François Mitterrand stringemmo amicizia nel 1965, quando, dopo avere letto il mio primo libro fresco di torchio, il futuro capo dello stato volle conoscermi di persona. Mitterrand si candidò quattro volte alla presidenza della Repubblica e tutte le quattro volte lo votai. Quando assurse alla magistratura suprema, benché l’entourage socialista – un’accozzaglia di quaccheri mangiapreti – lo mettesse in guardia contro di me, compromettente libertino metafisico, la nostra amicizia non si raffreddò mai e ne ebbi parecchie prove, fino all’ultimo. Mitterrand è una cosa; i socialisti, un’altra. Ho sempre diffidato della socialdemocrazia, e lo stesso Mitterrand non aveva niente a che vedere con quella. Nel 1971 si impadronì della vecchia Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) e la trasformò in un giovane, pungente Partito socialista, così come Mao Tze-Tung (il paragone non è farina del mio sacco, è suo) che si era impossessato del Partito comunista cinese, perché sapeva che per assumere il potere occorre avere dietro di sé un partito forte, strutturato, radicato nel paese. Niente altro. Mitterrand era un ambizioso, non un dottrinario. Non dobbiamo mai scambiare la generosità, la voglia di giustizia sociale per l’ideologia.
Gli eredi di Mitterrand, duole dirlo, benché si incaponiscano a imitare l’irraggiungibile maestro, non hanno il suo tocco. Tuttavia, alcuni di loro sono persone perbene, colte, amiche delle belle arti, animate dalle migliori intenzioni: per esempio, l’ex primo ministro Laurent Fabius e il sindaco di Parigi Bertrand Delanoë. Loro due, li avrei votati volentieri. Purtroppo, nel dopo Mitterrand, a onta degli sforzi dei radi socialisti lungimiranti (la lungimiranza e il socialismo non sono affatto dei sinonimi), emersero Jospin e Royal.
Jospin, un dottrinario come pochi e, per giunta, un uomo del tutto privo di fascino, grigio, immusonito, noiosissimo. In confronto a Lionel Jospin, Pier Luigi Bersani fa la figura del mattacchione, del giovialone: è tutto dire! Se avesse conosciuto il mesto Jospin, Sandra Mondaini avrebbe esclamato con rinnovata energia il suo celeberrimo: “Che noia, che barba!”. E’ quello che pensarono i francesi nel 2002, mandando al quel paese l’ex trotzkista.
Ahimè! Il peggio era da venire e nel 2007 cademmo dalla padella nella brace, quando i militanti socialisti scelsero la catastrofica Royal per vincere la corsa all’Eliseo. I francesi, lo sanno anche i pesci, sono bravissimi nel farsi abbindolare. Ciononostante, l’infelice scelta mi stupì e ancora oggi non riesco a capacitarmene. L’inspiegabile popolarità della quale gode la sciocca quacchera è senz’altro il più schiacciante argomento contro il suffragio universale che io conosca.
Detto per inciso, prima Jospin, poi la Royal, quindi Strauss-Kahn, passato in un batter d’occhio dall’osanna al crucifige: non c’è il minimo dubbio, la socialdemocrazia porta iella!
Credo di non avere mai odiato qualcuno per motivi politici. Ho le mie idee, e, quando ne ho il destro, le difendo con grinta, però in politica sono uno scettico, un seguace di Pirrone, convinto che la verità ha sempre un piede nel campo di fronte; che “ad ogni ragione si oppone una ragione di eguale valore” (Sesto Empirico, “Lineamenti pirroniani”).
Sono dunque sempre pronto a sospendere il mio giudizio su tante cose, a esaminare le ragioni altrui. Posso dare un esempio? Sul suicidio, sulla morte assistita, sull’eutanasia, Giuliano Ferrara pensa e scrive l’esatto contrario di ciò che penso e scrivo io, però su questo tema lo leggo sempre con massima attenzione: le sue parole sulla morte di Mario Monicelli mi hanno oltremodo colpito, commosso.
La mia benevolenza si estende a tutti, tranne alla Royal. E’ più forte di me. Quando, per mia disgrazia, la penso (non siamo, purtroppo, sempre i domatori dei nostri pensieri), non riesco ad ammansirmi, perdo la trebisonda, esplodo. Ogni volta che sento alla radio la sua voce di capra, vedo alla tivù il suo viso di cattiva e stolta quaquaraquà, sto invaso dall’esasperazione, non posso resistere al tarlo dell’odio. Da questa donna non sopporto alcunché.
Scoprii la sua esistenza quando, dopo il suicidio di un insegnante accusato di pedofilia, questa perfida oca osò sputare sulla salma parole sprezzanti, sfacciate. La morte d’un uomo ci incute rispetto. Una tale mancanza di decenza, di sensibilità, di cuore, mi dette il voltastomaco. Se l’avessi incontrata in quel preciso momento, forse l’avrei strangolata (e sarei un benemerito della patria). Da allora, sono passati molti anni, ma me ne ricordo come se fosse ora. Quelle parole abiette l’hanno infamata per sempre.
Vergognati, disgustosa farisea! Ogni volta che ti vedo pavoneggiarti alla tivù, prima di cambiare canale, mi viene in mente il ritratto che Baudelaire traccia di George Sand nel volume del suo diario intitolato “Il mio cuore messo a nudo”: “La donna Sand è stupida, è pesante, è ciarliera. Ha nelle sue idee morali la stessa profondità di giudizio e la stessa delicatezza di sentimento dei portinai e delle mantenute. Che qualche uomo abbia potuto infatuarsi di questa latrina, è proprio la prova della degradazione degli uomini di questo secolo. La Sand è soprattutto e più di ogni altra cosa, una emerita minchiona; ma è posseduta. E’ il diavolo che l’ha persuasa ad affidarsi al suo buon cuore e al suo buon senso, affinché persuadesse tutti gli altri emeriti minchioni ad affidarsi al loro buon cuore e al loro buon senso. Non posso pensare a questa stupida creatura senza un certo brivido d’orrore. Se la incontrassi, non potrei fare a meno di gettarle in testa un’acquasantiera”.
Con George Sand, Baudelaire fu ingiusto; io, invece, con la Royal, sono troppo buono. Con lei un’acquasantiera non basta. Questa spocchiosa scimunita meriterebbe di essere frustata coram populo, a Parigi, sulla piazza della Concorde.
Una quarantina d’anni or sono, un vecchio amico, il filosofo René Schérer, specialista del pensiero fourieriano – tutti i patiti italiani di Fourier conoscono i suoi lavori – mi disse:
- Sai qual è il pericolo ? Qual è il nostro più dannoso nemico? Le leghe puritane americane, le suffragiste d’oltre Atlantico.
Risposi, con un sorriso, che il rischio era lontanissimo, quasi irreale; che la nostra vecchia Europa, l’Europa di Orazio e di Pietro Aretino, di Ronsard e di Lorenzo de’ Medici, di Fragonard e di Watteau, non si sarebbe mai lasciata sopraffare dal bieco moralismo delle quacchere; che la nostra tradizione libertaria, libertina, era ormai radicata; che la nostra libertà (amorosa, artistica) non era affatto in pericolo.
Che ingenuità! René Schérer aveva colpito nel segno e io, invece, avevo preso una grossa cantonata. La reazione oscurantistica fu un fulmine a ciel sereno e, fin dagli anni Ottanta, dilagò in Europa con la velocità di un cavallo al galoppo. Siamo nel 2011 e l’ordine morale dei neopuritani si è ormai impadronito del pianeta. Parecchi libri, pubblicati senza nessuna difficoltà negli anni Settanta in Francia e in Italia, sarebbero oggi respinti dalle case editrici, poco desiderose, si capisce, di essere trascinate davanti al giudice da isteriche associazioni per la difesa della virtù. Oggidì, nelle case editrici, i direttori letterari sono gli avvocati. Per quel che mi riguarda, ho per fortuna già pubblicato la parte più importante della mia opera, sono tranquillo, ma compiango i giovani principianti e spero che, disprezzando il politicamente corretto, abbiano il coraggio di resistere a un cancro molto peggio della censura: l’autocensura.
Quando l’ordine morale ha la sua fonte nella destra cristiana, benché la mia visione del Cristo sia del tutto diversa (secondo me, il cristianesimo non ha niente a che vedere con la morale sessuale), l’accetto. Certe cose, quando le sento nella bocca di Sarah Palin o di Marine Le Pen, non mi stupiscono affatto. I gatti miagolano, i cani abbaiano, gli uccelli cinguettano e la destra autoritaria parla il linguaggio storico della destra autoritaria. Non c’è niente da ridire. Al massimo, potrei consigliare alle due spumeggianti donne di leggere i miei libri: questa lettura darebbe loro senz’altro una calmata. Oppure, siccome queste signore sono appassionatamente di destra, “Metafisica del sesso” di Julius Evola. Se la destra benpensante avesse il capolavoro di Evola sul comodino, sono convinto che, negli ambienti conservatori, il quaccherismo a poco a poco si appannerebbe.
Dunque, quando Marine Le Pen si scatena contro la sedicente pedofilia di quel ministro di Sarkozy o l’immoralità di Dominique Strauss-Kahn, mi delude (abborro la demagogia), ma non mi sconcerta.
Invece, il neopuritanismo degli ex sessantottini riciclati nell’arrivismo radical-chic mi fa proprio schifo. “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, dice Ivan Karamazov. Cristo è morto nel cuore dei nuovi quaccheri di sinistra, che del suo messaggio di libertà e d’amore (“Ama, e fai ciò che vuoi”), delle peccatrici e dei pubblicani che l’attorniavano, se ne fanno un baffo; che sono insensibili alla sua Resurrezione. Nondimeno conservano la peggiore caricatura del cristianesimo: un moralismo castrante ossessionato dai “peccati della carne”, una morale di cartapesta che non ha niente a che vedere con la sublime, liberatrice follia della notte di Pasqua: “Cristo è risorto!” – “ In verità, è risorto!”.
La Royal è, in Francia, il pessimo portavoce delle leghe puritane di cui René Schérer aveva predetto la mortifera proliferazione. Alla società cristiana della caduta e della redenzione, del peccato e del perdono, la Royal e altre streghe dello stesso stampo sognano di sostituire una società della virtù. La virtù laicista e repubblicana, robespierriana; i freddi lumi della ragione. Sant’Agostino scrive che nei bassifondi della dissolutezza e del crimine rimangono la sovrana miseria e la sovrana misericodia, “remansit magna miseria et magna misericordia”. Questa travolgente parola, i nostri neopuritani non sono più capaci di capirla. La parola misericordia non fa parte del loro vocabolario.
A Nantes, Gilles de Rais, per aver violato, torturato, ucciso a decine, forse a centinaia, bambini e adolescenti maschi, è condannato a morte, poi giustiziato. Quando il boia l’impicca, il patibolo è circondato da donne in ginocchio: le madri dei ragazzini ammazzati che pregano per la salvazione dell’anima del loro carnefice. Inutile precisare che successe nei tempi andati: nel 1440, per l’esattezza. Oggigiorno, i neopuritani non s’inginocchiano più, non pregano più, non perdonano più. Quando, negli ultimi anni del Novecento, un malconcio maestro, il cui nome fu spifferato dalla stampa per via di una vicenda di siti pedofili su Internet, si dette la morte, il ministro delegato all’insegnamento scolastico, futura candidata alla presidenza della Repubblica, pronunciò un discorsaccio soddisfatto, sdegnoso, stupido, che inorridì molti di noi, e pure colui che era allora ministro dell’Istruzione, Claude Allègre.
La Royal è stupida, su questo non ci piove, ma la stupidità non giustifica nulla. Per di più, un misto di stupidità e di cattiveria può rivelarsi micidiale: se l’anno prossimo, nel caso d’una vittoria della sinistra, la mia nemica number one diventasse, nel nuovo governo, un pezzo da novanta, s’aprirebbe la caccia agli spiriti liberi. Per quel che mi riguarda, non sarei affatto tranquillo e forse, fuggendo la farisaica Francia (“Ingrata Patria, non avrai le mie ossa”), mi esilierei a Sant’Agata sui due Golfi dove, contemplando il panorama e sorbendo una bottiglia di Taurasi, il mio vino rosso prediletto, avrei, finalmente, la possibilità d’acquistare, prima di morire, una perfetta padronanza della lingua italiana. Grazie, è ovvio, all’unica grammatica che mi vada a genio: una giovane beltà tutto pepe.
di Gabriel Matzneff